Tony Bevan, Self portrait. Matita su carta, 2012

narrazioni

Tony Bevan, Tree. Acrilico e carboncino su carta, 2015

Fulgore della notte

Una famiglia inglese, un incendio, la fuga di una tigre di blakiana memoria. Un romanzo che invita a lasciare andare gli ormeggi della ragione per abbandonarsi al dominio del possibile

omar viel. fulgore della notte

ADIAPHORA

2019, pp.214
ISBN 978-88-99593-22-3
ROMANZO

IN VENDITA SU IBS.it

QUARTA DI COPERTINA

Gordon Wilson non si sarebbe dovuto trovare in quella casa. Sedotto dal fascino di una sconosciuta, così simile a sua moglie Una, dà inavvertitamente vita a un incendio e, dalle fiamme, scivola nella realtà la sinuosa figura di una tigre. Gordon fugge, lasciando la propria famiglia disorientata. È un passaggio di testimone, quello con la figlia Liz, che da Bristol si reca a Londra alla ricerca del padre, per scoprire antichi prodigi e svelare i misteri degli Wilson.

Fulgore della notte è un romanzo in cui passato e presente si intrecciano nella simbologia della specularità. Un viaggio fatto di incontri bizzarri con personaggi eterei, in equilibrio tra il mondo del visibile e quello dell’invisibile, tra l’universo tangibile e quello dell’immaginazione. Un cammino esistenziale, fisico, letterario, con incursioni nel poetico. Un libro composito nel quale si innesta un generoso tributo al Romanticismo inglese, che invita a lasciar andare gli ormeggi della ragione per abbandonarsi al dominio del possibile.

«Un libro di magia, e la magia è la scrittura avvolgente. Se entri, preparati a fare i conti con il mistero e la prepotenza dei miracoli. Se hai anche la fortuna di uscirne, torni a casa con un sorriso»
— GIAN LUCA FAVETTO

Cene al veleno

Un artista e il suo biografo. Due esistenze intrecciate. Un duello dialettico tra il primato della forma e il primato della materia, tra l’arte e la vita

EFFIGIE
"le Stellefilanti"

Postfazione di Massimo Rizzante
Cura editoriale di Maura Campo

ROMANZO

QUARTA DI COPERTINA

Un artista e il suo biografo s'incontrano per cena in un ristorante di Londra. Non un semplice ristorante, ma un ristorante dove servono il fugu. Non una semplice cena, ma un rituale consolidato negli anni che sancisce il loro legame. In appena un’ora e mezza di convivialità e conversazioni brillanti si innestano i ricordi di due esistenze intrecciate ancor prima del loro effettivo incontro. Un duello dialettico, un gioco di specchi tra il primato della forma e il primato della materia, tra l’arte e la vita.

Un viaggio nel tempo e nello spazio. Dagli anni Sessanta ai giorni nostri. Dalle distese dei campi del nord Italia al dedalo intricato delle calli veneziane. Dalla Londra “soffocata nella killer fog”, fino al mare cristallino delle isole greche. Cene al veleno è insieme la storia di un artista fuori dal comune e della sua arte, di un uomo e di colui che l’ha raccontata, perché non è possibile scavare nella vita di un altro senza mettere a nudo se stessi. Un romanzo sofisticato, composito, che sfiora la science fiction, dove il motivo fantastico ammanta di poesia il motivo biografico.

IN USCITA A DICEMBRE 2019

corrispondenze

“Che ne dici di un mondo dove ciascuno adotta qualcun altro? Di un’adozione universale dove non ci sono più né padri né figli né madri né figlie? Ovvero dove tutti siamo padri e figli allo stesso tempo? Un abbraccio da tuo padre o da tuo figlio Massimo”

Massimo Rizzante, lettera del 17 maggio 2014

DON DELILLO
Rumore bianco, 1984

Hai sempre pensato che Rumore bianco rappresenti la maturità di uno scrittore e una pagina fondamentale nella storia sovranazionale del romanzo. L’architettura (quaranta brevi capitoli di cui il ventunesimo, il più lungo, racchiude l’intera parte dedicata all'evento tossico aereo), lo stile, l'eleganza dell'immaginazione, l’ironia degna di un Rabelais, tutto in quest'opera contribuisce a esplorare gli abissi dell’apocalisse moderna nelle sue infinite possibilità (onde, radiazioni, nubi tossiche) e nei suoi antidoti micidiali (l’esposizione mediatica, il consumismo selvaggio, la farmacologia), per comporre un quadro agghiacciante sul rumore bianco che riempie le nostre vite. Ti chiedi perché leggere questo romanzo. La risposta è che nessun profeta del modernismo è riuscito come DeLillo a farti comprendere il mondo in cui ti aggiri disorientato, a rivelarti la sua sacralità, il sentimento di trascendenza che si nasconde in ogni sensibilità conturbata. E perché, naturalmente, c’è “rumore bianco ovunque”.

MASSIMO RIZZANTE
Opere

Ognuno di noi dovrebbe leggere l’intera opera di un poeta. Lo ha scritto Iosif Brodskij e tu hai scelto di farlo con quella di Massimo Rizzante che, come Brodskij, è un poeta votato a “quell’arte grande e sempre più trascurata che è l’arte del saggio” (Kundera). Giureresti di non avere mai conosciuto nessuno che viva con più purezza di Massimo il compito di soccorrere le arti smarrite in un indistinto “tutto è uguale a tutto”, che le sostenga più fieramente, come se lasciarle sole anche un minuto fosse fatale per la sorte di tutti. È forse per questo che pensi a lui come al custode di una tradizione, a un maestro del dialogo e della passione estetica, l'unica virtù che secondo Hillman “fornisce molteplici campi di confronto con l’inumano e il sublime sicuramente meno catastrofici dei campi di battaglia”. Da Massimo hai imparato che le opere d'arte rispondono a una gerarchia di valore, che la creazione letteraria è elitaria, che si scrive soprattutto per amicizia e che un romanzo lascia il segno quando è un dono fatto di scoperte e innovazioni. Il vostro incontro ha mitigato una solitudine radicale. E oggi nella "Valle del fare Anima" lui si accompagna al tuo daimon.

EURIPIDE
Baccanti, 407-406 a.C.

Se tuo padre fosse Dioniso tu batteresti "la terra con il tirso, notte e giorno”. Danzeresti con le menadi, porteresti la maschera del dio alla festa della vendemmia, innalzeresti il calice al suono dei cimbali, tra cortei di satiri. Gli uomini si interrogano. Su che cosa riflette Euripide nelle Baccanti? Sulla propria conversione religiosa o, al contrario, sul proprio ateismo? La sua è davvero una critica ai limiti della sophia? O l'arte della tragedia ha invece l'ingannevole pretesa di affinare la nostra sensibilità, di renderci più umani? Gli uomini si interrogano, mentre i figli di Bromio giocano con i serpenti e le pelli di cerbiatto. Per loro il rompicapo rappresentato dalle Baccanti si risolve nel solo mistero che ogni opera letteraria esprime compiutamente, quello della bellezza. Una bellezza che qui ti appare ineffabile come il dio, rendendoti “partecipe dell’unica natura che scrive e che legge” (Bloom).

JAMES HILLMAN
Un terribile amore per la guerra, 2004

Non temere, non scorderai lo psicanalista-filosofo com'è accaduto con altri tuoi eroi. Non scorderai l'uomo che è stato capace di abbarbicarsi in punti di vista poco confortevoli per rivolgere lo sguardo a quello che una intera civiltà ha smesso di vedere. Ti ricorderai a lungo di questo suo libro, di questo affondo totale e senza edulcoranti nella terribile verità della guerra, nella sua autonomia, nella sua natura di azione mitica, opera umana e orrore inumano, "e un amore che nessuna altro amore è riuscito a vincere". Fino all'incontro con Ares, nell'urlo e nello scuotimento, là dove secondo Bolaño "si nasconde il segreto del mondo". Da questa lettura riporti un antidoto. Il dialogo, la furia dei sensi e del coinvolgimento estetico di Venus Victrix, "a stendo distinguibili da quelli di Marte". Dopo averti restituito l’anima, dopo avere alzato uno scudo contro il vuoto delle religioni, James Hillman ti ha lasciato in dono anche la possibilità impagabile che “la compresenza di visibile e invisibile è ciò che alimenta la vita”.

MURASAKI SHIKIBU
Genji monogatari, 1001-1008

Gaston Bachelard l'ha detto, l’immaginazione aumenta il valore della realtà. E tu hai pensato, tra i miei maestri d’immaginazione Murasaki è stata la più sottile. È lei che all'ombra del suo paravento ti ha insegnato come la bellezza spesso si nasconda nel silenzio delle cose. Il suo sguardo si tramanda in te come quello di una madre o di una nonna (ma anche come quelli di una figlia o di una nipote), raccontandoti la dolcezza di un viso “ravvivato dal calore del sonno”, l’eleganza di un gesto distratto, di un tratto calligrafico, la serietà del canto a squarciagola degli usignoli “nonostante la pioggia”. È forse questa che chiamiamo universalità di un testo? L’influenza di un’opera che da più di mille anni sopravvive al mercato del mondo, senza cadute, senza smettere di offrirti in dono l’illimitato valore della realtà immaginativa?

Tony Bevan, Head on black. Tecnica mista, 1998
Tony Bevan, Self-Portrait after Messerschmidt. Acrilico e carboncino su carta, 2010

“Sometimes I have difficulties knowing what of my existing body and soul is myself-self and what is my second and more hidden self, the one that pushes me constantly from what I call my-self-lazy-self. I am, I confess, constantly in a snowstorm, in some kind of a snowstorm or shooting star's tail-tales. But anyway, have a sunshine from me and a blue blue... song”

Gudbergur Bergsson, lettera del 22 gennaio 2015

altre corrispondenze

VIRGILIO, Georgiche, 29 AC

FRANÇOIS RABELAIS, Gargantua e Pantagruel, 1532-34

MIGUEL DE CERVANTES, Don Chisciotte della Mancia, 1605-15

HENRY FIELDING, Tom Jones, 1749

JANE AUSTEN, Emma, 1815

JOHN KEATS, Poesie, 1814-20

EMILY BRONTË, Cime tempestose, 1847

WALT WHITMAN, Foglie d'erba, 1856

GUSTAVE FLAUBERT, Bouvard e Pécuchet, 1881

SELMA LAGERLÖF, La saga di Gösta Berling, 1891

ITALO SVEVO, La coscienza di Zeno, 1919

FRANZ KAFKA, Lettere a Milena, 1920-23

MARCEL PROUST, La parte di Guermantes, 1920-21

JAMES JOYCE, Ulisse, 1922

VIRGINIA WOOLF, Orlando, 1928

WILLIAM FAULKNER, Le palme selvagge, 1939

ANNEMARIE SCHWARZENBACH, Tutte le strade sono aperte, 1940-41 (?)

ALEJO CARPENTIER, Guerra del tempo, 1956

ALBERT CAMUS, L'esilio e il regno, 1957

MILOS CRNJANSKI, Lamento per Belgrado, 1960

THOMAS PYNCHON, L'incanto del lotto 49, 1966

KURT VONNEGUT, Mattatoio n° 5 o La crociata dei Bambini, 1969

JUAN RODOLFO WILCOCK, La sinagoga degli iconoclasti, 1972

INGEBORG BACHMANN, Tre sentieri per il lago, 1972

GEORGES PEREC, La vita, istruzioni per l'uso, 1978

JOYCE CAROL OATES, Un'educazione sentimentale , 1980

JOSÉ SARAMAGO, La zattera di pietra, 1986

MILAN KUNDERA, L'arte del romanzo, 1986

PHILIP ROTH, Il teatro di Sabbath, 1995

CARLOS FUENTES, Vlad, 2010

Il tuo non è un nome di fantasia. È l’eredità anagrafica che hai ricevuto. Le otto lettere che lo compongono, in quella esatta successione (poche, e nonostante tutto un terzo dell’alfabeto), lo rendono insolito anche per la terra di confine dove sei cresciuto. Ti chiedi se l’estraneità che provi verso ogni luogo non dipenda da questo, se il tuo nome non sia un vuoto da riempire. Di sicuro, hai sempre scritto sul solco della tradizione e nella certezza che ai sensi manchi l’intensità percettiva dell’immaginazione. Lo hai capito per la prima volta molto tempo fa, passeggiando lungo Hungerford Bridge, un ponte pedonale sul Tamigi che oggi non esiste più. Mai come là, al centro del grande fiume, il mondo ti è sembrato popolato di vita invisibile.

OPERE
Cene al veleno, Effigie, 2019
Fulgore della notte, Adiaphora, 2019
Marbré (Mormora), "Venise Bouquins", Robert Laffont, 2016
Patrimonio genetico, Nuova Prosa, n°51, 2009
Fetish, Lampi di stampa, 2005

PREMI
Finalista della VI edizione del Premio Italo Calvino

Tony Bevan, Head Horizon. Carboncino su carta, 1997
Tony Bevan, Head. Xilografia, 1996

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