Romanzo

cene al veleno \ effigie edizioni

Tony Bevan. Table top

© Tony Bevan, Table top. Acrilico e carboncino su carta, 2005

Un artista e il suo biografo s'incontrano per cena in un ristorante di Londra. Non un semplice ristorante, ma un ristorante dove servono il fugu. Non una semplice cena, ma un rituale consolidato negli anni che sancisce il loro legame. In appena un’ora e mezza di convivialità e conversazioni brillanti si innestano i ricordi di due esistenze intrecciate ancor prima del loro effettivo incontro. Un duello dialettico, un gioco di specchi tra il primato della forma e il primato della materia, tra l’arte e la vita.

Un viaggio nel tempo e nello spazio. Dagli anni Sessanta ai giorni nostri. Dalle distese dei campi del nord Italia al dedalo delle calli veneziane. Dalla Londra “soffocata nella killer fog”, fino al mare cristallino delle isole greche. Cene al veleno è insieme la storia di un artista fuori dal comune e della sua arte, di un uomo e di colui che l’ha raccontata, perché non è possibile scavare nella vita di un altro senza mettere a nudo se stessi. Un romanzo sofisticato, composito, dove il motivo fantastico ammanta di poesia il motivo biografico.

Per poter raccontare l’artista, il biografo aveva messo a nudo se stesso. Lo aveva fatto in quasi un migliaio di pagine che contenevano divagazioni di ogni genere...
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incipit

Da quasi quindici anni (e più esattamente dall’inizio della prima Guerra del Golfo) lo scultore Philip “Ace” Freeman e il suo biografo, Mick Hornby, si incontravano ogni due settimane in un ristorante di Upper Street dove consumavano circa sette once di fugu, comprensivi di fegato e ovaie, allo scopo mai apertamente dichiarato di garantire un senso di continuità al loro rapporto. Nessuno dei due ricordava come si fossero dati appuntamento al tempio del fugu, sempre che, naturalmente, la loro fosse devozione. Di certo avrebbero potuto scegliere tra almeno una mezza dozzina di alternative alimentari in grado di garantire lo stesso formicolio al palato, la stessa eccitante comunione con la carne, senza rischiare una paralisi dei muscoli respiratori per avvelenamento da tetradotossina. Se non si era trattato di una reciproca dichiarazione di virilità, allora il loro era stato certamente un modo per dimostrarsi degni l’uno dell’altro. La vita dell’artista degna di essere raccontata, quella del biografo degna di raccontare.
Senti, Mick, conosco un posto a Islington dove preparano il miglior fugu di Londra. Passo a prenderti alle otto, che ne dici?
Mio Dio, Ace, sembra che tu mi legga nel pensiero. La risposta è sì, sì e ancora sì...
Qualunque fosse stata la ragione, con il passare degli anni artista e biografo impararono ad accettarsi con gratitudine. Il pesce nutrì il loro spirito e anche quando non ebbero più niente da condividere né qualcosa di importante da offrirsi, il fugu, con la sua sottile minaccia, restò sempre al centro della loro relazione, accompagnandoli fino all’ultima cena al veleno che si consumò nel corso dell’autunno.