Racconto

mormora

Testo integrale

Nei primi due giorni si era interessato soltanto al suo corpo. Assaggiava il cibo con rapimento: un cucchiaio di bouillabaisse, la mollica del pane, un gibassier per mettere alla prova la sensibilità del palato. Poi, una settimana più tardi, lasciò il Luberon. Le colline si squamarono come lastre di pietra e dalla superficie lacerata, in un improvviso riflusso, si aprì un orizzonte di basse maree, un paesaggio di cupole, campanili e vie d’acqua.
Era convinto che la città sarebbe morta insieme a lui. Invece quello che non poteva dimenticare degli anni trascorsi a Castello era trasmigrato con l’anima, diventando una qualità del sangue, un sentimento destinato a durare. Da studente aveva abitato in un palazzetto sotto le mura dell'Arsenale, una vecchia costruzione di edilizia popolare, affacciata sulla laguna, che aveva contribuito a occupare pacificamente con l’aiuto di alcuni fourieristi inglesi. Era stato un ragazzo scontroso, diffidente, che si nutriva di frutta invernale e rifiutava di leggere la stampa francese. Una creatura malinconica, convinta che quelle rive e quei canali sopravvivessero al tempo per consentirgli di restare ai margini del mondo. E ricordava, naturalmente, che il suo solo rapporto sentimentale di allora non era stato con una ragazza del posto, ma con la Pescaria, il mercato del pesce a Rialto.

Il mio nome era Philippe ed ero alto 176 centimetri. Avevo 51 anni e l’atto più intimo della mia vita è stato quello di stringere tra le mani il corpo di un pesce.

La Pescaria, in un certo senso, esisteva soltanto al mattino. Ma lui non ci sarebbe andato troppo presto. Preferiva afferrarla come sempre quando era sul punto di svanire, quando i frutti dell’Adriatico stavano abbandonando il loggiato, rendendo l’evento di ogni giorno un atto d’igiene per la continuità del mondo. Era allora che i contrasti prendevano vita e nel ghiaccio riconosceva il calore, nelle forme l’idea del sapore. Se aveva fortuna, come succedeva quasi sempre in quegli anni, una pescivendola gli avrebbe permesso di toccare la merce e riscoprire che tra i tanti prodotti del mare, nel raccolto delle acque, la mormora superava ogni altro.
Forma ideale di pesce. Zebratura sul dorso. Aspetto severo, che per qualche via subterrena metteva in relazione quel pesce con il mare dell’austerità. E quel nome sorprendente, che in francese evocava il marmo e in italiano la voce.
Un mormorio. Sì, un mormorio, si ripeteva, un mormorio. Non quello con cui si esprimeva negli ultimi tempi, durante la malattia, ma il tono fermo e amabile che avrebbe voluto offrire agli agli altri nel corso della sua vita di uomo. La prima occasione era andata perduta. La seconda era arrivata in una clinica di Manosque, da cui certamente non sarebbe più uscito se un pomeriggio non avesse avvertito nell’aria qualcuno o qualcosa, il fluire e rifluire di un rivolo ectoplasmatico, e non avesse scoperto, assimilando il bisbiglio delle infermiere, che il suo nuovo vicino di letto si era annodato al collo una corda di chitarra.

Mi chiamo @Julien94. 19 anni, 192 centimetri di altezza, 68 chili di peso. Presto, nella luce pura degli #ultramondi, arpeggerò l’acciaio di una eterna Stratocaster.

Le incantevoli trasmigrazioni dell’anima seguono strade imprevedibili. Non soltanto metempsicosi od occasionali possessioni. In alcune circostanze due anime si scambiano i corpi con leggerezza, in un angolo del soffitto, nel buio della sera, imprevedibili tremolii nella corrente d’aria di una finestra. Gli costò fatica e disperazione. Si sollevò dal letto e mormorò all’orecchio di Julien di accettare il suo corpo. Promise, senza alcun diritto di farlo, qualcosa su cui non poteva impegnarsi. Morendo al suo posto, giurò al ragazzo, attraverso la decomposizione del suo corpo, dal ritorno in vita, sarebbe nato un grande cuore di rockstar.

Philippe, nel corpo di Julien, si incamminò lungo Ruga dei Oresi, ma non proseguì per quella degli Speziali. Preferì farsi guidare dai sapienti appetiti della giovinezza. Si perse senza rendersene conto. Ma trovare il mercato era solo una questione di tempo, non di distanze. Alla prossima svolta, forse, al prossimo ponte. E una volta arrivato, nel suo corpo vigile e intatto, avrebbe cercato chi da studente gli permetteva di accarezzare i pesci. Gli occhi di granchio, la carnagione di aragosta: la donna di trent’anni prima, lungo i tendaggi e sotto le cornici bianche, nell’imbuto di una prospettiva umida.
Il banchetto, superato l’arco alla soglia del campo, era ancora al suo posto. La merce, sui ripiani, disposta come un tempo. I pesci separati dai crostacei, i crostacei dai molluschi. Il rispetto delle forme, il senso del colore.
I suoni si confondevano con gli odori.
La donna aveva un aspetto familiare. Il viso che ricordava e quello che stava osservando rispettavano un patto di continuità. Erano i volti di due donne consanguinee, somiglianti. Ma la somiglianza non faceva una identità.
Era deluso per quella che giudicava una perdita di purezza. Ma grazie al cielo le mormore allineate lungo gli assi dei ripiani erano ancora uguali a se stesse. Cosa ne sarebbe della Gioconda se cambiasse espressione? O se il tempo delle fasi lunari subisse una accelerazione? E quanto sarebbe umiliante andarsene in giro nella pelle di uno spilungone come Julien se quello che lui, Philippe, rappresentava ai propri occhi, nel passaggio da un corpo all’altro, non fosse rimasto immutato, come la morfologia di una mormora? Era di vitale importanza che Julien non lo avesse contaminato e che anche la propria identità non si fosse trasformata in una grossolana somiglianza.
Si aggirò tra i banchetti sconvolto da quel pensiero. Superò la soglia del loggiato e raggiunse la murata al limite della fondamenta, affacciandosi su briccole che sembravano morse dai denti di un castoro. Le imbarcazioni ancorate alla riva beccheggiavano silenziose e lui, per la prima volta da quando occupava il corpo del ragazzo, sentì di essere stato privato di qualcosa di elementare a cui non sapeva dare un nome, né tradurre in un pensiero, in uno stato di consapevolezza. Un dettaglio di vitale importanza che non riusciva a ricordare o forse di una voce, sì, una voce che un tempo risuonava nei vasti spazi della mente e che ora era solo un sussurro, il brusio impercettibile di chi mormora.

VENISE \ ROBERT LAFFONT

Racconto
2016, pp.1184
ISBN 978-2-221-12874-9

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