Racconto

mormora

Testo integrale

Nei primi due giorni si interessò al corpo. Assaggiava il cibo con rapimento: un cucchiaio di bouillabaisse, la mollica del pane, un gibassier per mettere alla prova la sensibilità del palato. Poi, una settimana più tardi, lasciò il Luberon. Le colline si squamarono come lastre di pietra e dalla superficie lacerata, in un improvviso riflusso, si aprì un orizzonte di basse maree, un paesaggio di cupole, campanili e vie d’acqua.
Era convinto che la città sarebbe morta con lui. Invece, quello che non poteva dimenticare degli anni vissuti a Castello era trasmigrato con l’anima, diventando una qualità del sangue, un sentimento destinato a durare. Da studente abitava in una casa di edilizia popolare, che aveva contribuito a occupare pacificamente con l’aiuto di alcuni fourieristi inglesi, toccata d'inverno dalle lunghe ombre dell'Arsenale. Era stato un ragazzo scontroso, diffidente, che si nutriva di frutta e rifiutava di leggere la stampa francese. Una creatura malinconica, convinta che quelle rive e quei canali sopravvivessero al tempo perché lui potesse vivere ai margini del mondo. Allora, la sola forma di amore che provava non era rivolta a un amante del posto, ma alla Pescaria, il mercato del pesce a Rialto.

Ti presenti. Il tuo nome era Philippe. Eri alto 176 centimetri, 70 pollici, o quasi. Avevi 41 anni e l’atto più intimo della tua vita era stato stringere tra le mani il corpo di un pesce.

La Pescaria esisteva soltanto al mattino. Lui, d'altronde, non ci sarebbe mai andato troppo presto. Preferiva rincorrerla quando era sul punto di svanire, quando i frutti dell’Adriatico abbandonavano il loggiato sul loro letto di ghiaccio, in ceste e vassoi, rendendo l’evento di ogni giorno un atto d’igiene per la continuità del mondo. In quel momento i contrasti prendevano vita e nel ghiaccio riconosceva il calore, nelle forme l’idea del sapore. Se aveva fortuna, e succedeva spesso, una donna gli permetteva di toccare la merce e rendersi conto che tra i tanti doni del mare la mormora superava ogni altro.
Mormora, l'idea stessa di pesce. Zebratura sul dorso. Piglio severo, che per qualche via subterrena metteva in relazione la mormora con il mare e i suoi bisbigli. E poi quel nome sorprendente, che in francese evocava il marmo e in italiano la voce.
Un mormorio, ripeteva tra sé, un mormorio. Non quello con cui lui, Philippe, si esprimeva negli ultimi giorni della malattia, ma il tono fermo e amabile che avrebbe voluto adottare nel corso della sua vita di uomo. Una prima occasione era andata perduta. L'altra era arrivata in una clinica di Manosque, da cui certamente non sarebbe più uscito se un pomeriggio non avesse avvertito nell’aria qualcuno o qualcosa, il fluire e rifluire di un rivolo ectoplasmatico, e non avesse scoperto, assimilando il bisbiglio delle infermiere, che il suo vicino di letto si era annodato al collo una corda di chitarra.

@Julien94. 19 anni, 192 centimetri di altezza, 63 chili di peso. Presto, nella luce pura degli #ultramondi, arpeggerai l’acciaio di una eterna Stratocaster.

Le incantevoli trasmigrazioni dell’anima seguono strade imprevedibili. Non soltanto metempsicosi o occasionali possessioni. In alcune circostanze due anime si scambiano i corpi con leggerezza, in un angolo della stanza, nel buio della sera, imprevedibili tremolii nella corrente d’aria di una finestra. A Philippe costò fatica e disperazione. Costò dolore e sudore levarsi dal letto e mormorare all’orecchio di Julien di accettare il suo corpo.

Philippe, con l'identità di Julien, si incamminò lungo Ruga dei Oresi, ma non proseguì per quella degli Speziali. Preferì farsi guidare dagli appetiti della giovinezza. Si perse senza rendersene conto, ma trovare il mercato era solo questione di tempo. Alla prossima svolta, al prossimo ponte. Una volta arrivato, dentro quel corpo vigile e intatto, avrebbe cercato la pescivendola che da studente gli lasciava accarezzare i pesci. Occhi di granchio, carnagione di aragosta. Vent'anni prima, lungo i tendaggi, sotto le cornici bianche, nell’imbuto di una prospettiva umida.
Superò l’arco alla soglia del campo. Il banchetto era ancora al suo posto. La merce, sui ripiani, disposta come un tempo. I pesci separati dai crostacei, i crostacei dai molluschi. Il rispetto delle forme, il senso del colore. La pescivendola aveva un aspetto familiare. Il viso che Philippe ricordava e quello che stava osservando rispettavano un patto di continuità. Erano i volti di due donne consanguinee. Ma la somiglianza non faceva una identità.
Si sentì d'un tratto deluso da quella che giudicava una perdita di purezza. Solo le mormore allineate lungo gli assi dei ripiani erano ancora uguali a se stesse. Quanto sarebbe umiliante andarsene in giro nella pelle di Julien se quello che lui, Philippe, rappresentava ai propri occhi, nel passaggio da un corpo all’altro non fosse rimasto immutato come la morfologia di quei pesci! Era di vitale importanza che la sua identità non fosse diventata una grossolana somiglianza...
Si aggirò tra i banchetti, spaventato da quel pensiero. Superò la soglia del loggiato e raggiunse il muricciolo al limite della fondamenta, affacciandosi sulle briccole corrose a pelo d'acqua, o forse rosicchiate dai denti di un castoro. Sulle imbarcazioni ancorate alla riva schiocacvano le onde e lui, per la prima volta da quando occupava il corpo del ragazzo, sentì di essere stato privato di qualcosa di elementare a cui non sapeva dare un nome, tradurre in un pensiero, in uno stato di consapevolezza. Un dettaglio di vitale importanza a cui non poteva dare voce, un suono pieno di significati che restava solo un sussurro, il brusio impercettibile di chi mormora.

VENISE \ ROBERT LAFFONT

Racconto
2016
ISBN 978-2-221-12874-9

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