Romanzo

notte di una accarezzatrice

notte di una accarezzatrice

© Shepard Fairey, Kiss Me Deadly Red. Screenprint, 2008

Vera Plurabelle è un’accarezzatrice, una ragazza che dà conforto con le sue mani a chi ha bisogno di contatto e affitta il proprio appartamento a chi è in cerca di intimità. Al termine di un turno di lavoro in metropolitana, lei e JD, la popstar testimonial del suo energy drink preferito, si immergono nel viavai notturno di volti indistinguibili, di corpi abituati a vivere in spazi angusti e a perdersi nel vuoto affollato della vita urbana, tra distributori di bibite, telecamere, gigantografie, codici e icone da interpretare.
Ragazzi senza passato alla ricerca di un futuro, in coda per un esame del DNA, arti amputati e venduti a collezionisti di cadaveri, elfi domestici, abiti in latex e figure che oscillano tra i due poli di una sessualità disinibita e inesistente costituiscono lo sfondo caleidoscopico di una nuova umanità. Ambientazioni asettiche, si sovrappongono ad atmosfere distopiche e psichedeliche. Storie di perversioni e rituali post-moderni, di “magia” biotecnologica, attraverso un linguaggio preciso, si innestano nella celebrazione poetica di un mondo ipertecnologico e iperspecializzato. Mentre tutto ciò che è riconducibile alla parola “fetish” si mostra quale surrogato di un erotismo perduto e unico possibile ancoraggio a quell’insieme ambivalente di “intimità e ingombro” che è il corpo.

L'autore è rappresentato dall'agenzia letteraria GILAMAGENCY di Giovanni Lamanna.

www.gilamagency.com

incipit

Soltanto una buona dose di meccanicismo potrebbe farmi credere che il successo pretenda la fortuna. Come mi disse una volta Billy Wilder, quella che chiamiamo fortuna non è che il lato romantico della Creazione. Immagino che questa osservazione fornisca precise indicazioni sui gusti del trascendente. Così su due piedi direi che lassù hanno un debole per il folclore, una simpatia per gli appetiti del “grande pubblico” (un salto di qualità lessicale per quella che una volta era chiamata “massa”). In questo senso il divino si dà un gran da fare. Mette in scena spettacoli grandiosi, impiegando senza pregiudizio i servomeccanismi economici. Certo, il suo potrebbe essere buon senso, un modo per sorvegliare il “grande pubblico” in un momento in cui l’unità di misura è diventata il miliardo. Se così fosse, niente ci vieterebbe di pensare che il trascendente confini le espressioni di vero talento in un ambito privato, a proprio beneficio e a quello delle proprie legioni. Uno spirito sottile, il ritratto di un populista con collezioni d’arte nel sottoscala. Mi sembra quasi di vederlo, chiuso nel suo caveau, mentre strizza l’occhio al grande pubblico e intanto accumula tesori. O che, stremato dalla monotonia, si confonde e strizza l’occhio ai tesori accumulando masse.