Cene al veleno

Un artista e il suo biografo. Due esistenze intrecciate. Un duello dialettico tra il primato della forma e il primato della materia, tra l’arte e la vita

"Il mondo cambiava ed Ace cominciava a essere conosciuto per la sua capacità di fondere e plasmare il metallo, per un’arte che fioriva di presentimenti, se non persino di presagi. "

Da quasi quindici anni (e più esattamente dall’inizio della prima Guerra del Golfo) lo scultore Philip “Ace” Freeman e il suo biografo, Mick Hornby, si incontravano ogni due settimane in un ristorante di Upper Street dove consumavano circa sette once di fugu, comprensivi di fegato e ovaie, allo scopo mai apertamente dichiarato di garantire un senso di continuità al loro rapporto. Nessuno dei due ricordava come si fossero dati appuntamento al tempio del fugu, sempre che, naturalmente, la loro fosse devozione. Di certo avrebbero potuto scegliere tra almeno una mezza dozzina di alternative alimentari in grado di garantire lo stesso formicolio al palato, la stessa eccitante comunione con la carne, senza rischiare una paralisi dei muscoli respiratori per avvelenamento da tetradotossina. Se non si era trattato di una reciproca dichiarazione di virilità, allora il loro era stato certamente un modo per dimostrarsi degni l’uno dell’altro. La vita dell’artista degna di essere raccontata, quella del biografo degna di raccontare.
Senti, Mick, conosco un posto a Islington dove preparano il miglior fugu di Londra. Passo a prenderti alle otto, che ne dici?
Mio Dio, Ace, sembra che tu mi legga nel pensiero. La risposta è sì, sì e ancora sì… Qualunque fosse stata la ragione, con il passare degli anni artista e biografo impararono ad accettarsi con gratitudine. Il pesce nutrì il loro spirito e anche quando non ebbero più niente da condividere né qualcosa di importante da offrirsi, il fugu, con la sua sottile minaccia, restò sempre al centro della loro relazione, accompagnandoli fino all’ultima cena al veleno che si consumò nel corso dell’autunno.

"... come quello del picchio che molti anni prima, al collettivo, si era posato tra i rami di un susino, mettendosi in mostra per lui... ". Disegno di Tony Bevan, Tree

Cene al veleno

Effigie 2018

In pubblicazione


Presentazione di Massimo Rizzante
Cura editoriale di Maura Campo

Quarta di copertina

Un artista e il suo biografo s'incontrano per cena in un ristorante di Londra. Non un semplice ristorante, ma un ristorante dove servono il fugu. Non una semplice cena, ma un rituale consolidato negli anni che sancisce il loro legame. In appena un’ora e mezza di convivialità e conversazioni brillanti si innestano i ricordi di due esistenze intrecciate ancor prima del loro effettivo incontro. Un duello dialettico, un gioco di specchi tra il primato della forma e il primato della materia, tra l’arte e la vita. Un viaggio nel tempo e nello spazio. Dagli anni Sessanta ai giorni nostri. Dalle distese dei campi del nord Italia al dedalo intricato delle calli veneziane. Dalla Londra “soffocata nella killer fog”, fino al mare cristallino delle isole greche. Cene al veleno è insieme la storia di un artista fuori dal comune e della sua arte, di un uomo e di colui che l’ha raccontata, perché non è possibile scavare nella vita di un altro senza mettere a nudo se stessi. Un romanzo sofisticato, composito, che sfiora la science fiction, dove il motivo fantastico ammanta di poesia il motivo biografico.

Perché leggere questo libro

Cene al Veleno appartiene a quella che Carlos Fuentes chiama la tradizione della "Mancha". Nata con l'opera di Cervantes, questa tradizione comprende testi che si caratterizzano per uno spiccato invito al gioco, al sogno, al pensiero e alla celebrazione dell'immaginazione. Il che è anche la definizione più plausibile di "romanzo" che tu conosca, o almeno quella in cui la questione della morte del romanzo appare sublimemente oziosa e paradossale, perché implicherebbe anche la morte del gioco, del sogno, del pensiero e dell’immaginazione.

Ecco come sono distribuite queste caratteristiche in Cene al veleno.

Difficoltà

Promessa

Quale promessa può fare un romanzo? E che piacere può offrirti che non sia quello fisico, rapace, dell'intrattenimento? Questo libro richiede affetto, almeno quanto l'arte del romanzo richiede confidenza. In cambio, a modo suo, forse ti indicherà qualcosa di nuovo sulla relazione tra arte e materia o su come la fantasia non serva solo a ordinare il mondo, ma anche a dare immagine alla vita, a sostenerla.

"Che ne dici di un mondo dove ciascuno adotta qualcun altro? Di un’adozione universale dove non ci sono più né padri né figli né madri né figlie? Ovvero dove tutti siamo padri e figli allo stesso tempo? Un abbraccio da tuo padre o da tuo figlio Massimo"

Massimo Rizzante, lettera del 17 maggio 2014

Corrispondenze

DON DE LILLO, Rumore bianco, 1984

Hai sempre pensato che in Rumore bianco l’arte di DeLillo esprima la sua originalità più ispirata, che quest’opera non rappresenti solo la maturità di uno scrittore, ma una pagina nella storia sovranazionale del romanzo. L’architettura (quaranta brevi capitoli di cui il ventunesimo, il più lungo, racchiude l’intera parte dedicata all'evento tossico aereo), lo stile, l'eleganza dell'immaginazione, l’ironia all'altezza di Rabelais, tutto in quest'opera concorre a esplorare gli abissi dell’apocalisse moderna nelle sue infinite possibilità (onde, radiazioni, nubi tossiche) e nei suoi antidoti micidiali (l’esposizione mediatica, il consumismo selvaggio, la farmacologia), per comporre un quadro agghiacciante sul rumore bianco che riempie le nostre vite. Ti chiedi perché leggere questo romanzo. La risposta è che nessun profeta del postmodernismo è riuscito come DeLillo a farti comprendere il mondo in cui ti aggiri disorientato, a rivelarti la sua sacralità, il sentimento di trascendenza che si nasconde in ogni sensibilità conturbata. E perché, naturalmente, c’è “rumore bianco ovunque”.

Il ritratto di DeLillo è tratto da Observer Culture

MASSIMO RIZZANTE, Opere

Dovremmo leggere tutti l’intera opera di un poeta. Almeno di uno. Lo ha scritto una volta Iosif Brodskij e tu hai scelto di farlo con quella di Massimo Rizzante che, come Brodskij, è un poeta votato a “quell’arte grande e sempre più trascurata che è l’arte del saggio” (Kundera). Giureresti di non avere mai conosciuto nessuno che viva con più purezza di Massimo il compito di soccorrere l'arte smarrita in un indistinto “tutto è uguale a tutto”, che la sostenga più fieramente, come se lasciarla sola un giorno o un minuto si rivelasse fatale per la sorte di tutti. È forse per questo che pensi a lui come al custode di una tradizione, a un maestro del dialogo e della passione estetica, l'unica virtù che secondo Hillman “fornisce molteplici campi di confronto con l’inumano e il sublime sicuramente meno catastrofici dei campi di battaglia”. Da Massimo hai imparato che le opere d'arte rispondono a una gerarchia, che la creazione letteraria è elitaria, che si scrive soprattutto per amicizia e che un romanzo lascia il segno quando è un dono fatto di scoperte e innovazioni. Il vostro incontro ha mitigato una solitudine radicale. E oggi lui, nella Valle del fare Anima, si accompagna al tuo daimon.

Il ritratto di Massimo Rizzante è di Yu Jen-chih, Taipei, febbraio 2013
www.massimorizzante.com

JAMES HILLMAN, Un terribile amore per la guerra, 2004

Non temere, non scorderai lo psicanalista-filosofo come è accaduto con altri tuoi eroi. Non scorderai quest'uomo che è stato capace di abbarbicarsi in punti di vista poco confortevoli per rivolgere lo sguardo a quello che una intera civiltà ha smesso di vedere. Non dimenticherai il suo impegno di vivere né come l'immaginazione e la sua saggezza abbiano aperto la strada a un ritorno agli invisibili. Un terribile amore per la guerra è il risultato delle riflessioni di una vita, un affondo totale e senza edulcoranti nella terribile verità della guerra, nella sua autonomia, nella sua natura di azione mitica, opera umana e orrore inumano, "e un amore che nessuna altro amore è riuscito a vincere", fino all'incontro con Ares, nell'urlo e nello scuotimento, là dove secondo Bolaño "si nasconde il segreto del mondo". Da questo viaggio riporti un antidoto - il dialogo, la furia dei sensi e del coinvolgimento estetico di Venus Victrix, "a stendo distinguibili da quelle di Marte". Dopo averti restituito l’anima, dopo avere alzato uno scudo contro il vuoto delle religioni, James Hillman ti ha lasciato in dono anche la possibilità impagabile che “la compresenza di visibile e invisibile è ciò che alimenta la vita”.

Ritratto di James Hillman (senza fonte)

EURIPIDE, Baccanti, 407-406 a.C.

Se tuo padre fosse Dioniso tu batteresti "la terra con il tirso, notte e giorno”. Figlio di un dio, Bromio, ti aggireresti tra l'allegro corteo dei satiri, danzeresti con le menadi, innalzeresti il calice al suono dei cimbali, ebbro, il capo cinto con foglie di vite. Gli uomini si interrogano. Su che cosa riflette Euripide nelle Baccanti? Sulla propria conversione religiosa o, al contarrio, sul proprio ateismo? La sua è davvero una critica ai limiti della sophia? O l'arte della tragedia ha invece l'ingannevole pretesa di affinare la nostra sensibilità, di renderci più umani? Gli uomini si interrogano, mentre i figli di Dioniso giocano con i serpenti e le pelli di cerbiatto. Per loro il rompicapo rappresentato dalle Baccanti si risolve nel solo mistero che ogni opera letteraria esprime compiutamente, quello di un piacere che dirompe nella bellezza. Una bellezza che, a dire il vero, ti appare ineffabile come il dio, facendoti “partecipare dell’unica natura che scrive e legge” (Bloom).

Busto di Euripide di tipo Rieti. Arte romana (circa 20 a.C)

MURASAKI SHIKIBU, Genji monogatari, 1001-1008

Gaston Bachelard ha detto - l’immaginazione aumenta il valore della realtà. Tu hai pensato - tra i miei maestri d’immaginazione Murasaki è stata la più sensibile. Per questo ha potuto insegnarti con voce sicura, con grazia (l'ombra del suo profilo proiettata sulla stoffa di un paravento non del tutto aperto), che la bellezza si nasconde nel silenzio delle cose. Lo sguardo di Murasaki si tramanda in te, come da una madre o da una nonna, ma anche come da una figlia o da una nipote, narrandoti la dolcezza di un viso “ravvivato dal calore del sonno”, l’eleganza di un gesto distratto, di un tratto calligrafico, la serietà del canto a squarciagola degli usignoli “nonostante la pioggia”. È forse questa che chiamiamo universalità di un testo? L’influenza di un’opera che da più di mille anni sopravvive al mercato del mondo, senza cadute, senza smettere di offrirti in dono l’illimitato valore della realtà immaginativa?

Nishiki-e di Komatsuken (circa 1765) raffigurante Murasaki Shikibu

"Sometimes I have difficulties knowing what of my existing body and soul is myself-self and what is my second and more hidden self, the one that pushes me constantly from what I call my-self-lazy-self. I am, I confess, constantly in a snowstorm, in some kind of a snowstorm or shooting star´s tail-tales. But anyway, have a sunshine from me and a blue blue... song"

Gudbergur Bergsson, lettera del 22 gennaio 2015

Altre corrispondenze

VIRGILIO, Georgiche, 29 AC

JANE AUSTEN, Emma, 1815

EMILY BRONTË, Cime tempestose, 1847

WALT WHITMAN, Foglie d'erba, 1856

SELMA LAGERLÖF, La saga di Gösta Berling, 1891

FRANZ KAFKA, Un medico di campagna, 1919

ITALO SVEVO, La coscienza di Zeno, 1919

MARCEL PROUST, La parte di Guermantes, 1920-21

VIRGINIA WOOLF, Orlando, 1928

WILLIAM FAULKNER, Palme selvagge, 1939

KURT VONNEGUT, Mattatoio n° 5 o La crociata dei Bambini, 1969

GEORGES PEREC, La vita, istruzioni per l'uso, 1978

JOYCE CAROL OATES, Un'educazione sentimentale , 1980

JOSÉ SARAMAGO, La zattera di pietra, 1986

MILAN KUNDERA, L'arte del romanzo, 1986

PHILIP ROTH, Il teatro di Sabbath, 1995

"Per ingannare il tempo discussero in modo vivace di Leon Kossoff, un artista verso il quale Hardeman covava dei risentimenti personali, di Frank Auerbach, dei grandi volti tristi e segnati di Tony Bevan. Finché si trovarono davanti a uno spettacolo surreale". Tela di Frank Auerbach, The Pillarbox, 2010-2011

Intimo e impersonale

Nota biografica

Il tuo non è un nome di fantasia. È l’eredità anagrafica che hai ricevuto. Le otto lettere che lo compongono, in quella esatta successione (poche, e nonostante tutto un terzo dell’alfabeto), lo rendono insolito anche per la terra di confine dove sei cresciuto. Ti chiedi se l’estraneità che provi verso ogni posto non dipenda da questo, se il tuo nome non sia un vuoto da riempire. Di certo, tra nuove letterature e nuove patrie, tutto quello che hai scritto lo hai fatto sul solco della tradizione, convinto che i sensi non vedano né sentano quanto l’immaginazione. Lo hai capito per la prima volta molto tempo fa, passeggiando lungo Hungerford Bridge, un ponte pedonale sul Tamigi che oggi non esiste più. Mai come là, al centro del grande fiume, il mondo ti è sembrato popolato di vita invisibile.

Diritti

L'autore è rappresentato dall'agenzia letteraria
Gilamagency di Giovanni Lamanna.
gilamagency.wordpress.com

Narrazioni

Mormora

Hai pubblicato un breve racconto in francese con il titolo Marbré nell'antologia Venise Bouquins, Robert Laffont, 2016. Ecco la versione integrale in italiano.

Nei primi due giorni si interessò al nuovo corpo. Assaggiava il cibo con rapimento. Un cucchiaio di bouillabaisse, la mollica e la crosta del pane, un gibassier per mettere alla prova la sensibilità del palato. Poi, una settimana più tardi, lasciò il Luberon. Le colline si squamarono come lastre calcaree e dalla superficie scricchiolante, in un improvviso riflusso, si aprì un orizzonte di basse maree, un paesaggio di cupole, di campanili e spigolose vie d'acqua.

Professor Wilson

Questo brano, in forma di poesia, è tratto dal romanzo Quando la tigre si affaccerà alla finestra. Gordon Wilson è un insegnante di letteratura inglese sopraffatto dalle proprie ombre e dai propri studenti.

Amato mio,
professor Wilson,
è dai tempi della scuola
che vesto ogni voce sospirante
con i tuoi abiti piagati dall’uso
e incontro i tuoi calzoni
in giambiche apparizioni
lungo sbiaditi corridoi di college.
Traccia odore
macchia incancellabile,
la tua amorevole disillusione
per la poesia
conserva nella purezza
della mia età di vergine
l’ebbrezza di un excursus letterario
in terra straniera.
Che cosa provavi per me?
mi chiedi.
Ah professore,
una minacciosa mancanza di pudore.